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Peggio della prigione

Peggio della prigione.
Così vengono definiti dai diretti interessati i dieci centri di detenzione per immigrati clandestini nel Regno Unito, dove più di venticinquemila persone passano ogni anno.
Non è prevista riabilitazione.
Non esiste alcun processo.
Un solo giudice, il governo.
Nessun avvocato difensore.
All’accusa non occorre alcun testimone a carico.
Mentre lo strano tipo di imputato, colpevole di natali poveri, non può appellarsi ad alcuna corte del mondo.
Non c’è altresì alcuna sentenza criminale da emettere.
E, quindi, neppure un limite da apporre alla durata della condanna.
Poiché essa ha inizio da lontano, leggi pure come quello sfortunato primo vagito sulla terra, e altrettanto lontano troverà pace.
Ci sono le celle, questo è invero.
Così le guardie e gli abusi legalizzati.
L’angoscia e la paura.
L’assordante silenzio sul lato dolce della corona di filo spinato.
Il vero confine che divide il mondo in due parti immondamente diseguali.
Peggio della prigione, già.
Ma, sensazione ancor più amara, addirittura peggio della vita da cui le creature indesiderate son fuggite...


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